L'Eremo di San Marco
Ambiente

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Per meglio conoscere il sito su cui è stato costruito l’Eremo di S. Marco, è opportuno comprendere come si è formato un ambiente così singolare.
La roccia su cui si erge è di travertino, dal latino “Tiburtinus” "pietra di Tivoli", roccia calcarea di origine chimica, formatasi per precipitazione di CaCO3, originatasi in seguito alla decomposizione del bicarbonato di calcio Ca(HCO3)2 discioltosi nelle acque per variazione di pressione e temperatura o per azione batterica.
Questo avviene quando acque superficiali possono percorrere in profondità rocce di tipo calcareo.
Mentre sono in fase di riscaldamento e di compressione le sciolgono e, successivamente raffreddandosi, lasciano depositi.
Data l’elevata temperatura delle acque termali, di origine vulcanica, quando attraversano rocce calcaree, la concentrazione in carbonati è elevatissima e la deposizione è estremamente rapida.
Spesso il travertino contiene specie di fossili vegetali ed animali, dovuti ai residui che si accumulano in prossimità delle sorgenti da cui provengono.

Il Travertino è caratterizzato da una struttura porosa vacuolare, cavernosa, dovuta in gran parte ai vuoti lasciati dai vegetali dei bacini alimentati da tali acque che, una volta inglobati, scomparvero per decomposizione; é una roccia tipica del Quaternario dell'Italia centrale.
Questa roccia per quanto porosa, presenta buone doti di durevolezza e resistenza meccanica, che può andare a seconda della varietà, da 190 a 1200 Kg/cm2 con una densità di 2100-2400 Kg/m3.
Ha colore bianco, giallognolo o rossiccio molto chiaro; col tempo assume una colorazione bionda, dovuta ai cristalli di pirite, disseminati nella massa, che si trasformano, sotto l'azione degli agenti atmosferici, in limonite. Il travertino della Valle del Tronto si estende lungo un tratto di quasi 35 Km, da Acquasanta, nella provincia di Ascoli Piceno, a Civitella e Campli nella provincia di Teramo.
Ha una larghezza che raggiunge un massimo di 3-4 Km circa. A ridosso della Montagna dei fiori, a sud di Ascoli Piceno, si eleva di 400-500 metri dal livello del mare ed ha un'altezza che va dai 40 ai 100 ml . Questo deposito di origine lacustre fu sollevato, insieme alla regione sub- appenninica , denudandolo del suo contorno ed avvallato dai torrenti che l'attraversavano.
Le parti di questo deposito più vicine alle rive del lago talvolta si sono trasmutate in durissime brecce e puddinghe, con il concorso dei materiali che i torrenti trasportavano dai monti circostanti dell'Appennino. Sempre in questi travertini litorali si possono trovare racchiuse le impronte di steli, di foglie e di frutti e solo eccezionalmente, di ossa e denti di mammiferi.
Non vi sono impronte di pesci e questo denota sia la rapidità con cui si andava depositando sul fondo del lago la sostanza calcarea, sia l'abbondanza di anidride carbonica di cui erano ricche le acque che lo alimentavano.
Il deposito, che forma il colle S. Marco, ha un andamento a cuneo, con un fronte che si estende per più di 1 Km e nel suo punto massimo raggiunge l'altezza di circa 100 ml, di cui almeno 60 ml in parete verticale fuori terra. Ed è qui che sorge, utilizzando parzialmente una grotta naturale, l'Eremo di S.Marco. Vi si accede risalendo la strada che dalle Piagge porta alla chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo e prosegue sino al piccolo cimitero.
Lasciandosi a sinistra le mura di recinzione dello stesso, si incontra un angusto, irto e dissestato sentiero, che internandosi nella fitta vegetazione di querce, castagni, ginepri, ginestre dei carbonai, rose selvatiche, l'eriche, il biancospini, porta a ridosso della parete rocciosa, dove due enormi massi segnano una biforcazione del sentiero.
Proseguendo a sinistra, dopo aver superato la strettoia delimitata dai massi, si prosegue, quasi a ridosso della parete rocciosa a destra e una profonda gola a sinistra, per un piccolo sentiero quasi pianeggiante, tanto immerso nella vegetazione, che la vista non può scorgere ciò che all'improvviso dietro una delle tante curve del sentiero si mostra nella sua ardita ed austera bellezza: una piccola chiesa, addossata a metà altezza e a perpendicolo della enorme parete rocciosa di travertino.
Questo Eremo è collegato al sentiero mediante un'irta scala, che scavalca con un arco a tutto sesto una voragine sottostante che prosegue oltre la vista per circa 30 metri.


Scalinata d’accesso

Questa scalinata fu realizzata dopo la morte dell’ultimo degli eredi maschi Giovanni Sgariglia avvenuta nel 1908, anno in cui l’ingente patrimonio di casa Sgariglia per volontà di tutti e tre i fratelli Giuseppe (morto nel 1892) e Marco (morto nel 1903) in mancanza di eredi maschi passo all’Opera Pia Spariglia e successivamente al Comune di Ascoli Piceno.
E fu il Comune di Ascoli Piceno su progetto dell’Ing. Cesari a realizzare detta scalinata.
Precedentemente si accedeva all’Eremo per mezzo di altra scalinata, di cui non abbiamo notizie, se non quelle che era molto deteriorata. L’Eremo inoltre è stato spesso oggetto di atti vandalici, anche sotto il possesso degli Sgariglia, ed è alla luce di queste notizie che si può leggere l’iscrizione scavata nella roccia, alla base del secondo pianerottolo che collega la nuova scalinata con la vecchia ricavata nella roccia, che riporta le seguenti parole “ chi è ubriaco torni “.
Possiamo presupporre intanto, data la posizione della iscrizione, che la vecchia scalinata doveva trovarsi più in basso di almeno 1,10-1,20 ml affinché un uomo di media altezza potesse scolpirla con facilità, il raccordo quindi tra il piano inferiore e la scala scavata nella roccia già esistente, risultava essere notevole e superabile solo con un’ardita scala probabilmente di legno.
Dato lo stato precario in cui versava la scala e le numerose scorribande effettuate da vandali nell’Eremo, spinsero probabilmente qualcuno, sicuramente di buona cultura, dato il corretto italiano dell’iscrizione, a farla scolpire nella roccia, con il probabile monito per i vandali di andare ubriachi così che con difficoltà avrebbero potuto superare questo angusto e difficile passaggio. Al temine della scalinata si accede all’eremo, questo fu costruito interamente in travertino e edificato dai Cistercensi agli inizi del XIII secolo.

Questa chiesa costruita interamente in travertino, era stata edificata dai Cistercensi agli inizi del XIII secolo. Quest'Ordine basava la sua regola sul ritorno alla primaria semplicità e parsimonia, tanto nel vestire, che nel mangiare.
I Conventi dovevano essere costruiti nelle solitudini boschive, che favorivano il raccoglimento spirituale; l'architettura doveva essere semplice ed essenziale. Ed è proprio seguendo questi principi che edificarono l'Eremo a cui diedero come protettore S. Marco.
Fu eretto utilizzando come base una larga sporgenza della roccia, sormontata da una vasta caverna naturale. L'accesso era possibile grazie ad una stretta gola naturale, formatasi nella roccia.
Delimitarono questa sporgenza con solidi muri in travertino a conci, grossolanamente squadrati e murati con malta di calce, che ha dato maggiore stabilità e resistenza all'opera.
Questa malta è composta da grassello di calce e sabbia. Il grassello di calce è ottenuto con lo spegnimento della calce viva in acqua.
La calce viva CaO viene prodotta da rocce calcaree ( tra cui il travertino) per cottura a 850° in forni a tino secondo la seguente reazione: CaCO3 CaO + CO2 Per ottenere il grassello, la CaO viene idrata in una calcinaia (spegnimento) secondo la reazione CaO + H2 O Ca(OH)2 + Q
Anticamente le fornaci erano costruite in muratura nella zona sottostante la cava di calcare.
Il carico avveniva tramite piani inclinati, alternando strati di pietra calcarea (travertino) a strati di combustibile (legna, segatura, carbone ecc.).
La malta con il grassello di calce si esegue miscelando un volume di grassello in due volumi di sabbia con la necessaria quantità di acqua. Questo rapporto utilizzato sin dall'antichità , si è dimostrato ottimale.
La malta così ottenuta è adatta per murature fuori terra in quanto il fenomeno di presa Ca(OH)2 + CO2 CaCO3 + H2 O può avvenire solo all'aria. Per murature di pietrame di notevole spessore 50/60 cm ed oltre, la carbonatazione della calce è molto lenta e dura anche qualche anno.
I muri laterali dell'opera furono portati sino al limite del precipizio e furono uniti con una facciata, sempre in travertino, a conci grossolanamente squadrati, ad eccezione degli spigoli, in cui furono utilizzati conci di migliore fattura.
Tra il primo e il secondo piano fu realizzato il raccordo tra il piano di calpestio della grotta e la muratura esterna, con una volta a botte, realizzata sempre con conci di travertino.


Raccolta acqua piovana

Dal primo piano attraverso un angusto passaggio tra la roccia ed il muro della torre campanaria, si accede ad una piccola lingua di terra che finisce sul precipizio e che doveva essere, probabilmente, adibita ad orto. la domanda che ci siamo posti è stata su come potessero procurarsi l’acqua per l’orto, se questa nostra ipotesi fosse stata corretta.
Da un’attenta analisi della parete rocciosa abbiamo rilevato delle anomalie nella configurazione della roccia nascosta da una folta vegetazione di muschi e licheni.
Dopo aver pulito un tratto della parete, abbiamo constatato come, attraverso un sistema di raccolta, l’acqua che scorreva sulla parete rocciosa, venisse raccolta nell’interno di una piccola cavità, da dove attraverso un foro, veniva convogliata su delle scanalature realizzate nella roccia e confluiva su una sporgenza anch’essa scanalata simile ad un becco, sotto cui si poteva porre un contenitore per la raccolta dell’acqua.

Sempre al primo piano vi sono n°3 bifore, di cui una mancante del pilastro centrale.
Le volte e le pareti portano resti di affreschi ormai visibili solo nelle loro tracce. Alcuni di essi, soprattutto sulle pareti laterali , sono stati rovinati da atti vandalici, mentre quelli dl soffitto si sono deteriorati a causa dell'incuria e abbandono, in cui per lunghi periodi è stata lasciata l'opera. Infatti, la base degli affreschi è formata da intonaco composto da carbonato di calcio e sabbia, pertanto, dopo la presa, risulta insolubile in acqua per formazione di CaCO3 e, in presenza di acqua e anidride carbonica, s'instaura questo equilibrio : CO2 + CaCO3 + H2 O Ca2+ + 2HCO3 - solido soluzione.
Se si ha un'alta umidità relativa, la reazione è spostata verso destra. Quando l'intonaco si asciuga, la soluzione diluita di bicarbonato di calcio migra verso la superficie e su di essa si deposita un velo biancastro, dovuto alla riprecipitazione di carbonato di calcio, a causa della perdita di anidride carbonica ed acqua da parte del bicarbonato di calcio.
Questo velo biancastro di consistenza cornea, oltre a diminuire la quantità di carbonato di calcio dell'intonaco diminuisce la sua capacità di coesione e può causare il distacco dell'affresco dalla parete e impedire una buona lettura dell'opera.




















L'Eremo e la sua storia

scalinata internainternoparticolare entrata

Il movimento cistercense sorse in Francia sin dal 1098 ad opera di Roberto di Champagne che, presso la foresta di Citeaux, fondò la famosa omonima abbazia.
La riforma monastica, proposta da Roberto, aveva subito acquistato, per opera di Bernardo di Chiaravalle, un grande credito anche in Italia, dove si diffuse lungo tutta la penisola.
Costretti al silenzio e a una durissima operosità, i cistercensi cercavano i loro asili nelle zone più lontane dagli insediamenti umani, in località disabitate e inaccessibili: paludi, foreste, alture, zone montane.
Essi ritennero che la Montagna dei Fiori, con i suoi boschi, i pascoli e i sentieri difficili da percorrere , fosse il luogo più adatto per costruire una loro dipendenza, quindi niente di meglio della grotta naturale, che si apriva lassù in mezzo al masso, al di sopra di quegli enormi frammenti di pietre e di quella vigorosa vegetazione, alla quale si poteva accedere mediante una stretta gola, che si trovava aperta dentro il vivo sasso.
Eretto il monastero, i cistercensi lo dedicarono a San Marco e, dal nome dell'evangelista, si intitolò sin da allora anche il colle sovrastante. I monaci, oltre le salmodie, durante le ore di riposo si dedicavano agli studi e alle arti, affrescando, sulle pareti della grotta, Santi dalle grandi aureole e Vergini divine.
A pochi anni dalla fondazione del monastero di S. Marco, nel 1241, si scatenò contro Ascoli l'attacco di Federico II, allora in lotta con il papato e con i sostenitori guelfi, come risulta dalla seguente iscrizione
FHIEDERICOII IMPERATORE ASCULUM BARBARE DIRIPIENTE CIVES AUFUGI ENTES HIC TUTO FUERE EX VOTO EO RUM INCOLUMEN D JOANNES THOME CUM RUPERTI DE PELLICCIONIBUS COM ITIS MONTIS CUCULI AEDEM HANC DIVO PRECURSORI EREXIT SACRAVIT DOTAVIT A.S. D. MCCXXXXI
Durante l'assedio della città, un gruppo di fautori del pontefice si rifugiò sul colle, chiedendo asilo ai cistercensi, i quali li accolsero dividendo per parecchio tempo con loro le celle e i magrissimi pasti.
Dopo aver preso Ascoli, l'imperatore distrusse le torri e le dimore dei nemici, sottomettendo la città al suo dominio.
I guelfi poterono tornare in città solo dopo la morte di Federico II nel 1250, quando era priore del monastero di S. Marco il religioso Stefano Ascolano. Nel 1285, il vescovo di Ascoli, Bongiovanni, volle costituire le leggi che avrebbero dovuto osservare i monaci di S. Marco, i quali, interpellati, dichiararono di avere già la regola di S. Benedetto, ma di non osservarla. Nel 1287 era priore del monastero di S. Marco il p. Bartolomeo di Ascoli.
Il papa ascolano Nicolò IV, il 3 settembre1298, concesse un'indulgenza a tutti coloro che si fossero recati, 'penitenti e confessi' a visitare il monastero nei giorni delle festività della Beata Vergine Maria e dell'evangelista S.Marco 'et perocto dias sequentes'.
Forse a partire da questo momento si può far risalire la tradizione degli ascolani di recarsi, ogni 25 aprile, festa di S.Marco, sull'omonimo colle, quasi come in una sorta di pellegrinaggio.
Nel 1294 un certo Frater Pax, priore di S. Marco, venne scomunicato dal vescovo di Ascoli Giovanni, perché non permetteva ai monaci il rientro nel monastero.
Le notizie riguardanti S. Marco, pur frammentarie, si trovano anche per il XIV secolo, testimoniando la continuità della presenza cistercense in questo sito e l'ampliarsi delle proprietà del monastero attraverso vendite e donazioni. Infatti, come risulta dal Catasto ascolano del 1381, gli appezzamenti di pertinenza del monastero confinavano quasi tutti con le località di Acquasanta, Cagnano e Valle d'Acqua, località e paesi dislocati nell'alta valle del Tronto.
In precedenza (1301-1309), si registrano, nella documentazione d'archivio, due contratti di vendita, nei quali sono citati rispettivamente Fra Giovanni d'Arquata, sindaco di S. Marco, e un certo Vanni di Giorgio, allora priore del monastero.
Il 29 Gennaio 1386 al tempo di Urbano VI, il vescovo di Ascoli, Petrus de Torricella (20 12 1374 - 1386), accompagnato dal Vicario e dai Canonici, fece visita al monastero di S. Marco ( Priore Nuctio da Fabriano), come sito in sua diocesi e a lui soggetto per diritto e antica consuetudine.
Dopo aver celebrato la messa, fece chiamare davanti a sé il priore e i monaci Fra 'Marco di Simeone e Fra' Emidio di Cauccio di Matteo; il priore tuttavia non era presente.
Il vescovo interrogò i due monaci, come risulta dalla trascrizione del verbale qui di seguito:
a) Che in detto Monastero era sotto la regola di San Benedetto, ma non si osservava quella altra regola, onde vivevano irregolati
b) Che atempo di Fra Nuctio priore, ne esso ne i monaci fecero mai alcuna astinenzan ne fu osservata la regola di S Benedetto, ne altra:
c) Che Officio Divino rare volte si diceva in chiesa, e non si faceva secondo la regola di San Benedetto, ne altra.
d) Che fra Marco aveva preso l'abito monacale da diciotto anni, più, e vi erano sei frati, e due oblati, e de sei monaci cinque erano sacerdoti.
e) Che rare volte al mese dicevano messa in detta chiesa.
f) Che in tutto il tempo che stava là, fra Marco una sola volrta ha visto il priore a dir messa.
g) Che di vita trattava bene, ma di vestimenti pesporta 24 simamente.
h) Che non dormivano secondo la regola, ma anche due e tre per letto.
i) Che il monastero aveva bovi, capre e porci in quantità grande.
j) Che il priore tiene in Monastero sette servitori necessari oltre i frati, ed inoltre otto parenti suoi di Fabriano che non fanno bene alcuno al Monastero.
k) Che detto priore aveva comprato e alineato le terre e proprietà del Monastero che non era solito censuirvi o alinearsi senza consenso dei religiosi; che al figlio di Lorenzo e Antonio Adamo dell'Acquasanta aveva censuito un pezzo di terra di capacità di un quarto di seme.
Al Cola di Napoli una cisterna o sia grotta del Monastero, che mai fu solito censuirsi. Che detto priore cambiò col Pievano di San Filippo di Luco un pezzo di terra del Monastero sita sotto il Castello di Luco con un altro pezzo di terra del detto Pievano che non vale per metà, da qual cambio il Monastero patisce gran danno, ed altri cambi e permute per ricevere danari per fare detti cambi e permute.
l) Che aveva sentito dire, che detto priore aveva venduto un pezzo di terra del Monastero a Monte Prandone per atti di Ser Silvestro di Bongiovanni di Ascoli.
m) Che in detto Monastero vi erano sei para di paramenti guarniti molto belli, cinque calici d'argento, ma allora ve ne era uno solo e un paio di paramenti.
Vi erano dodici volumi di libri bellissimi, e allora non vi era che un breviario, un messale e un antifonario. Vi erano due croci d'argento, una piccolaa ed un'altra che stà sull'altar maggiore.
n) Che esso fu fattore in Acquasanta un anno, e raccolse dalle possessioni della chiesa trenta salme di grano, venti salme di miglio dodici salme di fave, sedici salme tra orzo e spelta. Ma il solito è di ingabellarsi ogni anno per quaranta salme di grano buono.
o) Che la chiesa di S.Giacomo del Monte Cappella di detto Monastero era ingabellata ogni anno per 12 salme di grano; la grancia del Marino per 12 salme di grano.
Dalle terre di Lisciano e altre terre circa il Monastero ogni anno si raccoglievano 25 salme di grano. Di vino ogni anno 70 salme. Di olio ed altri pomi in abbondanza. Che ogni anno si vende la ghianda del Monastero per 5 fiorini. Le selve del Monastero per 5 fiorini. Che in Monastero non vi era grano, ma solo farina, non sapeva quanta, e che a tempo di detto Priore il Monastero era molto deteriorato. ( Archivio di Stato Ascoli Piceno, fondo Monastero di S a n t' A n g e l o Magno, Cronache n°7, ff. 43v, 46r). Le Cronache Ascolane ricordano infine l'ultimo priore del monastero di S. Marco: D. Stefano Di Giorgio ascolano. Tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, la vita monastica decadde, entrando in crisi.


documentidocumenti

Dalle notizie in nostro possesso sappiamo che già nel corso del 1387 , a causa della corruzione dei monaci, il vescovo di Ascoli mons. Antonius Archeoni (6 2 1387 ottobre 1389) pensò di sopprimere il "locus".
Dopo questa data, probabilmente il monastero con i relativi beni passarono in mano agli Sgariglia. Questa nobile e potente dinastia ascolana nel 1410 eresse S.Marco ad abbazia, sotto il rettorato di un componente della famiglia. L'abbazia di S.Marco estendeva la sua giurisdizione e le sue proprietà sino ad Acquasanta.
Gli Sgariglia vollero mantenere aperta al culto l'antica chiesa, ma questa rimase quasi del tutto abbandonata, in quanto venne aperta ai fedeli soltanto il 25 aprile di ogni anno.
Nel 1474, l'allora vescovo Prospero Caffarelli, vedendo che la chiesa di S. Marco non più accessibile ai fedeli, si adoperò affinché nella contrada delle Piagge ne fosse costruita una nuova, intitolata a S.Bartolomeo, che assunse le funzioni di chesa parrocchiale. Nell'ultimo anno del XVIII sec. la pace del colle S. Marco venne interrotta dalla reazione del brigantaggio contro l'invasione francese di Ascoli.
Furono giorni terribili per gli abitanti della zona, i quali dovettero subire continui saccheggi e rappresaglie, sia da parte dei briganti che da parte dei francesi.
Sul finire del XIX secolo, approfittando dell'abbandono in cui era stata lasciata la chiesa di S.Marco, furono compiuti atti di inaudito vandalismo: fu spogliato l'altare dei miseri arredi di cui era ornato, furono profanate le tombe sacrilegamente con la speranza di trovarvi nascosti dei tesori, e deturpando arredi e affreschi. In seguito, dopo la morte dell'ultimo componente maschio degli Sgariglia, passate tutte le loro proprietà all'Opera Pia Sgariglia e poi al comune di Ascoli Piceno, sotto la direzione dell'ing. Enrico Cesari, furono eseguiti lavori di restauro, con l'intento di salvare quanto rimane di un antichissimo sito, che fa parte della storia religiosa e artistica di Ascoli.








Il monachesimo eremitico

affresco

Il bisogno di instaurare un rapporto privilegiato con Dio, attraverso la solitudine e la mortificazione del corpo, spinse molte persone, verso la fine del IV secolo d.C., a cercare il proprio "deserto" in luoghi impervi e selvatici.
A differenza di quello orientale, l'eremitismo occidentale assunse una particolare forma che si potrebbe definire "associata" attuando una fusione tra la vita solitaria e quella comunitaria. Nell'area umbro-marchigiana, il monachesimo eremitico si diffuse all'inizio sulla spinta di una corrente proveniente dalla Siria, in seguito molti monasteri, tra cui quello importantissimo di Farfa, si inserirono nel grande movimento benedettino. In un primo tempo gli eremiti seguivano regole diverse ed erano organizzati in "laure", insieme di eremi che facevano capo a una chiesa.
Successivamente adottarono la Regola Benedettina, che stabiliva l'obbligo per il monaco di rimanere per tutta la vita nel monastero, dopo aver fatto voto di obbedienza e di povertà.
Egli doveva passare la propria giornata, dividendola tra la preghiera e il lavoro, "ora et labora", rendendosi utile per il bene dei confratelli e delle popolazioni civili circostanti.
In un' epoca di barbarie, di profonda depressione economica, di crisi sociale, civile e culturale, i monaci bonificavano, dissodavano e lavoravano le terre, mantenevano vive le colture pregiate (oliveti, vigne) e, nello stesso tempo, grazie al lavoro degli amanuensi, provvedevano a conservare i testi dei classici e a tramandare l'antica cultura.
Centro della vita del monastero era l'abate, scelto dalla comunità, con il compito di far osservare la regola ma, soprattutto, di curare le anime.
La solitudine dei monasteri non era una fuga dalla violenza dei tempi: essi partecipavano alle miserie e alle sofferenze delle popolazioni. Ne è testimonianza la vicenda dell'eremita ascolano Agostino. Infatti nel periodo dell'invasione longobarda, molti monasteri vennero distrutti dalla furia degli invasori.
Ascoli fu espugnata da Faroaldo, duca di Spoleto, dopo una disperata resistenza. Agostino, che già da nove anni conduceva una vita anacoretica con i figli, alle falde del colle San Marco, abbandonò la sua solitudine per scendere in città a dare coraggio e assistenza ai pochi difensori rimasti.
La città cadde e gli assalitori, dopo averla messa a ferro e fuoco, condannarono ad un atroce supplizio Agostino e i suoi figli.
La conversione dei Longobardi al cattolicesimo e l'istituzione dell'impero carolingio favorirono la rinascita e la diffusione dei monasteri benedettini, che acquisirono una sempre più notevole importanza in campo economico, a scapito però dell'antica spiritualità.
Dapprima il movimento cluniacense, con la sua azione riformatrice, operò un profondo rinnovamento nella vita della Chiesa, in generale, e dei monasteri, in particolare, di cui difese l'autonomia dalle ingerenze laiche, ma anche da quelle vescovili.
Al declino dei cluniacensi corrispose la rinascita di un nuovo movimento di riforma, quello cistercense, che proponeva semplicemente di seguire la Regola di San Benedetto alla lettera, ritornando all'antica osservanza, alla povertà, al lavoro e alla preghiera.

terra fremet,mare fremet,leo rugiet,homo fugiet,ad cavernas montium