ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE “ENRICO FERMI”

ASCOLI PICENO

Avvento del fascismo  (1918 – 1925)

 

Difficile si presenta la situazione dell’Italia nell’immediato primo dopoguerra. L’economia presenta i sintomi tipici della crisi post-bellica: crescita abnorme di alcuni settori industriali, deficit del bilancio statale e inflazione galoppante. Il Parlamento perde la sua centralità. Il padronato e la borghesia, scossi da questa crisi, hanno urgenza di serrare i ranghi e contrastare efficacemente con ogni mezzo l’avanzata del movimento operaio che pare travolgerli. Nei ceti medi, “grandi assenti” della politica italiana, cominciano a far breccia le ideologie nazionaliste, già da tempo connotate in senso antidemocratico e imperialista. Una delle novità nel panorama politico italiano del dopoguerra fu l’ abbandono da parte dei cattolici del tradizionale astensionismo e la nascita del Partito Popolare Italiano (gennaio 1919). Legato alle gerarchie vaticane ed espressione politica del variegato mondo cattolico italiano, il PPI, guidato da don Luigi Sturzo, nasce, soprattutto, come risposta all’avanzata socialista. All’estrema destra dello schieramento politico si trova tutta una serie di gruppuscoli che si richiamano al nazionalismo; tra essi si segnala subito il Movimento Fascista (dai Fasci di Combattimento fondati nel marzo del 1919), guidato dall’ex-socialista rivoluzionario Benito Mussolini.

 

Come nasce il fascismo

 

Il fascismo non nasce improvvisamente, ma è frutto di una maturazione nella coscienza della nazione. Nel dopoguerra l’Italia è in pieno caos in tutti i settori, sconvolta da catene di scioperi e di violenze, ferita dalla “pace tradita” e dalla “vittoria mutilata”, impotente di fronte ai reduci scherniti e umiliati. In quello scenario Mussolini ed i centocinquanta di Piazza San Sepolcro a Milano intuiscono il pericolo e chiamano a raccolta il”popolo tradito”.

 

L’avanzata del fascismo e l’agonia dello Stato liberale. Il fascismo al potere

 

Il movimento fascista tra il 1920 e il 1921 comincia a crescere. Già nel 1920 i fascisti a Bologna, organizzati in squadre armate, scatenano la propria violenza contro i socialisti, dopo un tragico incidente alla cerimonia d’insediamento della nuova amministrazione rossa di Bologna, dove i socialisti aprirono il fuoco sui propri sostenitori. In tutta la pianura padana si moltiplicano le violenze fasciste ai danni di esponenti socialisti o di semplici militanti, delle sezioni, delle case del popolo, delle cooperative, delle leghe, dei giornali socialisti, devastati, incendiati, distrutti dalla furia squadrista. Le elezioni del 1921 vedono i candidati fascisti presentarsi nelle liste governative: la vecchia classe dirigente legittima e “costituzionalizza”, in questo modo, il movimento fascista che, però, non abbandona i propri metodi. Nel Novembre del 1921 nasce il Partito Nazionale Fascista. Dopo queste vittoriose azioni, sbaragliato il movimento operaio, per il fascismo è ormai tempo di pensare alla presa di potere: assicuratosi il favore della monarchia e quello degli industriali, Mussolini prepara la “marcia su Roma”, cioè un progetto di conquista del potere. Il 28 Ottobre 1922 le squadre fasciste entrano effettivamente a Roma. Il giorno prima il governo Facta aveva presentato le proprie dimissioni. Nel vuoto di potere che si viene a creare tutto poggia sulle decisioni del re Vittorio Emanuele III. Il re, davanti alle camice nere, si rifiuta di firmare la proclamazione dello stato d’assedio e il conseguente passaggio dei poteri ai militari, e i fascisti, senza nessuna resistenza, marciano verso il potere. Alcuni giorni dopo si forma il governo Mussolini, sostenuto anche dallo schieramento liberale e dai popolari, oltre che da Vittorio Emanuele III: il fascismo ha conquistato il potere.

 

La dittatura

 

Già nel 1923 i comunisti,  principali oggetti della repressione, sono costretti alla clandestinità e i socialisti sono perseguitati come e più di prima. Gli scioperi diminuiscono e i salari anche. Nel Dicembre 1922 nasce il Gran Consiglio del Fascismo, organo che doveva dettare le linee principali della politica fascista e organismo di raccordo tra PNF e governo; nel Gennaio 1923 viene creata la Milizia volontaria,cioè una banda di partito nella quale vengono inquadrate da subito le squadre fasciste. Sempre nel 1923 viene redatta la riforma della pubblica istruzione redatta da Giovanni Gentile, filosofo del partito. Le elezioni del 1924, con la nuova legge Acerbo, sono stravinte dai fascisti organizzati nelle liste nazionali insieme ai fiancheggiatori liberali che, facendo ancora finta di non sapere nulla sulle violenze e intimidazioni verso gli avversari politici, danno man forte al nuovo potere. Nel giugno 1924 Giacomo Matteotti, segretario del PSU, pronuncia alla Camera una dura e coraggiosa denuncia del fascismo e contesta la validità delle elezioni. Il suo coraggio gli costerà la vita, infatti qualche giorno dopo viene rapito ed ucciso da sgherri al soldo del fascismo. Nel giro di qualche mese il “rigurgito antifascista” rifluisce: il fascismo ha vinto. Non solo, Mussolini prende la parola nel gennaio 1925, dichiarando chiusa la “questione morale” agitata dagli aventiniani e minaccia fisicamente l’opposizione. Tutta la stampa viene “fascistizzata”. Dal 1925 al 1926 vengono messe le fondamenta della dittatura fascista: si comincia con l’ampliamento dei poteri del capo del governo a spese del Parlamento. Nell’ottobre 1925 con il “Patto di palazzo Vidoni” la Confindustria si impegna a riconoscere come legittime rappresentanze dei lavoratori i soli sindacati fascisti: i sindacati liberi vengono in pratica messi al bando. Una legge sindacale dell’aprile del 1926 vieta lo sciopero. Sempre nel 1926 tutti i partiti antifascisti vengono banditi, viene soppressa ogni pubblicazione contraria al regime, è reintrodotta la pena di morte per i colpevoli di reati contro lo Stato e, infine, è istituito un Tribunale Speciale per giudicare tali reati, composto non da magistrati ma da fascisti. Questi provvedimenti passano alla storia come “leggi fascistissime” e significano la fine delle libertà in Italia. Infine, a completare l’edificio giuridico della dittatura, nel 1928 una legge elettorale istituisce il sistema a lista unica e il Gran Consiglio del fascismo viene “costituzionalizzato”. L’Italia diventa, così, una dittatura a partito unico il cui potere decisionale è nelle mani di un solo uomo: Benito Mussolini, Duce del Fascismo.

 

Il regime fascista (1925-1940)

 

Si è spesso usato il termine di “totalitarismo imperfetto” per descrivere il regime fascista: il termine imperfetto è accettabile in quanto in Italia, comunque, sono sempre stati presenti dei poteri autonomi, che non derivano dal regime la propria legittimità. Infatti, durante tutto il corso storico del fascismo, la monarchia continuò a sopravvivere, conservando importanti funzioni: il re era la più alta carica dello Stato, aveva il diritto di nomina e revoca del capo del governo, poteva nominare i senatori ed era comandante in capo delle forze armate. Lo Statuto Albertino sopravviveva nella forma, così pure l’intelaiatura del vecchio Stato monarchico. Però i poteri del re prima elencati erano del tutto teorici, non potevano avere applicazione pratica, almeno fino a quando il regime non si fosse più trovato stretto intorno al proprio capo. È, comunque, innegabile che le redini del paese furono tenute strette da Mussolini in persona e dal partito-stato fascista, almeno fino al 25 luglio 1943. Fino ad allora il re si limitò ad apporre la propria firma su tutto quello che veniva partorito dal regime, leggi razziali comprese. Mussolini, nel 1926, cerca di ricucire i contrasti tra Stato e Chiesa e, nel 1929, ne scaturiscono i Patti Lateranensi, divisi in tre parti:un trattato internazionale nel quale l’Italia riconosceva ufficialmente alla Chiesa la sua sovranità sulla Città del Vaticano, una convenzione finanziaria con la quale l’Italia s’impegnava a corrispondere al Papa una pesante indennità di risarcimento per la perdita dello Stato Pontificio e infine un concordato per regolare i rapporti tra Chiesa e Regno. Per il neonato regime l’accordo raggiunto con la Chiesa rappresenta un indubbio successo e Mussolini ha buon gioco a convocare le elezioni un mese dopo l’evento. Comunque si giudichino i risultati delle elezioni del 1929, è vero che i patti lateranensi contribuirono non poco ad allargare il consenso del fascismo verso strati della popolazione fino ad allora indifferenti.

 

Società italiana e regime fascista

 

Sul piano del consenso il fascismo ottiene i migliori risultati con la piccola e media borghesia e, in generale, con gli strati intermedi della società, più sensibili ai valori imposti dal fascismo: il rispetto delle gerarchie, la grandezza della patria, l’ordine sociale ecc.. Favorite dalle scelte economiche del regime troveranno nel partito unico un utile strumento per l’ascesa sociale nella burocrazia e nel pubblico impiego. Completamente estranei ai valori fascisti rimangono i lavoratori e le classi popolari, colpiti a morte oltre che dalla perdita di qualsiasi autonomia organizzativa, anche da una costante compressione salariale. Grande impulso viene dato allo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, indispensabili per la “fascistizzazione” dell’intera società. La stampa viene subito posta sotto il controllo del regime, con l’allontanamento dai giornali degli elementi sgraditi al governo. Ma le armi forse più potenti in mano al fascismo sono il cinema e la radio per cui viene fondato un ente chiamato EIAR. Quest'ultima s’impone presto come il mezzo di comunicazione più seguito, grazie anche alla sua capillare diffusione di ripetitori e apparecchi voluti dal governo. Anche per il cinema viene creato un ente (l’Istituto Luce) e più che interferire con la normale produzione cinematografica, il regime punta sulla proiezione obbligatoria di cinegiornali di propaganda prima d’ogni spettacolo. Studiati per esaltare e celebrare le vittorie del regime, i cinegiornali mostrano già in quegli anni la potenza comunicativa delle immagini e il loro potere di persuasione. A testimonianza dell’interesse del fascismo per i mezzi di propaganda e di controllo, nel 1937 viene creato il Ministero per la Cultura Popolare ad immagine e somiglianza del dicastero nazista per la propaganda.

 

Imperialismo e politica estera

 

Anche il regime fascista comincia a guardare con timore all’aggressività tedesca. Nel luglio 1934, in Austria, il cancelliere Engelbert Dollfuss viene ucciso dai nazionalsocialisti austriaci che tentano un colpo di stato per realizzare “l’Anschluss” (annessione) con la Germania: il golpe fallisce. Mussolini per precauzione schiera sulla frontiera italo-austriaca quattro divisioni dell’esercito. Hitler è costretto a cedere. Un anno dopo in Germania viene reintrodotta la coscrizione obbligatoria, ennesimo passo verso il riarmo tedesco vietato a Versailles. Mussolini prepara un’impresa coloniale contro l’impero etiope, credendo di poter contare sul tacito assenso di Francia e Inghilterra. Col suo imperialismo il regime intende nascondere i problemi sociali interni, come la disoccupazione, cercando di spostare l’attenzione altrove, oltre che di vendicare la sconfitta di Adua, dimostrando, così, di superare in prestigio la vecchia Italia liberale. Come motivazioni valgono anche lo sbocco offerto alla vocazione imperiale del movimento fascista agitata continuamente dalla propaganda nazional-patriottica in patria. L’aggressione all’Etiopia comincia nell’ottobre 1935, senza nemmeno essere preceduta da una formale dichiarazione di guerra. Francia e Inghilterra, non possono tacere davanti all’invasione straniera di un paese membro della Società delle Nazioni, ultimo grande stato africano indipendente. La Società delle Nazioni si pronuncia per la condanna dell’aggressione italiana e vengono pure adottate delle sanzioni contro l’Italia. Il “fronte di Stresa" rotto,  Mussolini riesce anche nell’intento di trasformare le sanzioni in uno strumento utile ai suoi fini: esse, infatti, vengono presentate come un espediente della congiura internazionale delle nazioni plutocratiche contro l’Italia che in Etiopia voleva solo conquistarsi il proprio “posto al sole”. L’impresa etiopica si trasforma in un successo politico per il regime e i problemi sociali-economici del paese passano in secondo piano. Le truppe italiane, guidate da Pietro Badoglio, entrano ad Addis Adeba il 5 Maggio 1936. L’accanita resistenza etiope, guidata dal suo imperatore, è sconfitta, piegata da un esercito più forte. Neanche una settimana dopo Mussolini proclama l’Impero italiano in Africa orientale, del quale offre la corona a Vittorio Emanuele III. Il regime è al massimo del suo splendore e da l’ impressione di aver piegato l’Europa alla sua volontà. Visto che a Mussolini era riuscito il gioco di sfruttare la rivalità tra il Reich e i franco-inglesi, invia delle truppe in Spagna, dove il pronunciamento del generale fascista Francisco Franco contro il legittimo governo repubblicano provoca una guerra civile. Il sostegno italo-tedesco ai falangisti sarà decisivo ai fini della sconfitta della Spagna repubblicana ed antifascista. Nel 1936 l’Italia firma un patto d’amicizia conosciuto col nome di “Asse Roma-Berlino”. Nell’autunno del 1937 aderisce al “patto anti-Comintern” stipulato da Germania e Giappone. Credendo di poter svolgere una politica da grande potenza a livello internazionale e desideroso d’ulteriori vantaggi in campo coloniale, Mussolini pensa che un’alleanza con la Germania non possa fare altro che aumentare il peso contrattuale dell’Italia sullo scacchiere mondiale. In realtà la posizione dell’Italia è totalmente subordinata all’aggressività nazista. Mussolini è convinto che la Germania sia l’alleato più forte. Negli anni successivi, quando il disegno nazista emergerà in tutta la sua chiarezza, l’Italia non farà altro che seguirne le direttive. Nel Marzo 1938 la Germania annette a se l’Austria, senza incontrare nessuna resistenza.

 

L’autarchia e la crisi del regime. Verso la seconda guerra mondiale

 

Subito dopo il clamoroso successo politico e di consenso per l’impresa etiopica, il fascismo comincia ad accusare il colpo di alcune scelte quantomeno contraddittorie. Questo processo di erosione del consenso sarà definitivo e continuo fino alla caduta del regime, il 25 Luglio 1943, a destare perplessità sono in primo luogo le scelte in materia economica. Alla fine del 1935, traendo spunto dalle sanzioni, Mussolini dà vita ad una nuova battaglia, questa volta per assicurare all’Italia l’autosufficienza economica con la sola produzione interna. L’autarchia si traduce in una nuova stretta protezionista, con un ulteriore inasprimento dell’asfissiante controllo del potere politico sulla produzione. In realtà il traguardo dell’autosufficienza economica risulterà irraggiungibile, nonostante i miglioramenti in alcuni settori favoriti dallo Stato. Inoltre la crescita della produzione porta con sé una spirale inflativa che colpisce ancora una volta le classi popolari. Insomma, l’autarchia non ottiene certo i risultati sperati, né in campo economico né sul piano propagandistico. Ma a destare preoccupazione sono, soprattutto, i nuovi indirizzi della politica estera fascista. Dal 1935 fino alla sua caduta il regime sarà in guerra permanente: prima l’Etiopia, poi la Spagna e, infine, la seconda guerra mondiale. Dal 1935, infatti, dopo l’alleanza con la Germania nazista, Mussolini imposta una politica estera aggressiva, espansionistica e guerrafondaia, ispirata in tutto dalla “grandezza nazionale”, certo più consona ad una grande potenza mondiale che non ad una nazione arretrata. Mussolini, per essere all’altezza della situazione pre-bellica che lui stesso ha contribuito a creare, ha urgenza di perfezionare il suo totalitarismo, fino ad oggi “imperfetto”. Si comincia già nell’36, quando la Camera dei Fasci e delle Corporazioni sostituisce la Camera dei d

Deputati. Il regime deve serrare i suoi ranghi in una nuova stretta totalitaria, ha bisogno di trasformare radicalmente la popolazione, cementificandola intorno alle nuove parole d’ordine fasciste ispirate alla grandezza nazionale. Torna di moda il fascismo “rivoluzionario”, creatore dell’”uomo nuovo” fascista. In questa ottica vanno inquadrati tutti quei tentativi fatti in questi anni dal governo per instaurare nella mentalità della popolazione italiana l’ideologia fascista nella sua versione “guerriera”. Al di là delle manifestazioni puramente esteriori di questo processo, l’esempio più ripugnante della”totalitarizzazione” sono le leggi razziali dirette contro gli ebrei, varate nell’autunno del 1938. Vietano, infatti, l’ingresso degli israeliti negli uffici pubblici e limitano la loro attività professionale, oltre a proibire i matrimoni misti. L’orgoglio razziale come base della coesione nazionale avrebbe dovuto, secondo Mussolini, cementificare ancor di più il paese al regime , generando nella popolazione una volontà di conquista diretta contro le altre nazioni, cosa particolarmente funzionale alla politica fascista di questo periodo. Ma queste leggi, profondamente aliene ad un paese che non aveva mai conosciuto sentimenti antiseministi, provocano solo sdegno. Le motivazioni biologiche avanzate per spiegare questi provvedimenti spiazzano anche la Chiesa. Ma l’ odio contro gli ebrei  non riesce a dividere e non diviene una leva per la mobilitazione a favore del fascismo. Le leggi segnano, quindi, un  clamoroso insuccesso per il regime. La condizione fallimentare della guerra che Mussolini aveva contribuito a scatenare farà il resto.

 

La caduta del fascismo

 

Si può dire che in Italia il fascismo è crollato due volte: prima, al proprio interno, il 25 Luglio 1943 e, poi, con la liberazione il 25 Aprile 1945. In questa seconda fase, contrassegnata dalla guerra civile e dall’occupazione tedesca, Benito Mussolini tenta di rispolverare le idee di quando era socialista, con qualche simbolica nazionalizzazione di fabbriche e altre misure di pura apparenza. Ma a comandare sono sempre gli invasori tedeschi, con tanto maggiore durezza quanto più si avvicina la loro definitiva sconfitta. Grazie anche alla testimonianza dei gerarchi presenti, oltre che alle pazienti ricostruzioni giornalistiche, si sa ormai tutto della seduta in cui Mussolini fu posto in minoranza nel Gran Consiglio del Fascismo dai suoi stessi fedeli. Per capire il clima, bisogna premettere che i membri del Gran Consiglio del Fascismo, che era l’organo chiamato a deliberare, avevano costantemente subito, senza porsi problemi, l’influsso e la personalità del duce. Pure chi dissentiva nel proprio intimo non osava protestare apertamente .Un po’ tutti avevano  perso fiducia sull’ esito della guerra, specie dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia , avvenuto da appena due settimane. Ma solo pochi – in testa Dino Grandi, Giuseppe Bottai e Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini- agivano secondo un piano preciso. Ad aprire la riunione è lo stesso Mussolini, chiedendo come potesse risolvere il dilemma: guerra o pace, resa a discrezione o resistenza fino all’ultimo? C’è qualche battibecco sulle responsabilità del disastro militare, dopo di che si alza il vero capo della rivolta interna, Dino Grandi, già ministro e ambasciatore a Londra, ostile alla Germania. Attribuita a Mussolini la totale responsabilità di una guerra non sentita dal popolo italiano, Grandi propone un documento in cui si restituiva l’effettivo comando al re Vittorio Emanuele III: è una sconfessione del duce, praticamente invitato a dimettersi. Gli fanno eco Giuseppe Bottai e Galeazzo Ciano. Venuta la sera Mussolini vuole interrompere il dibattito ma è Grandi ad opporsi ad una interruzione del dibattito. La maggioranza firma l’ordine del giorno proposto da Grandi, altri si rifiutano. Il duce tenta di reagire, assicurando che le sorti della guerra sarebbero cambiate, ma i più si mostrano scettici. Si passa ai voti e, alla fine, 19 si schierano con Grandi e solo 8 col duce. Ciano subirà la fucilazione insieme con altri, mentre Grandi e Bottai si salveranno all’estero.

 Si stava compiendo, in ogni modo, il destino di Mussolini, ma anche il sovrano aveva operato le sue mosse, consultandosi con gli antifascisti e ex-fascisti, come il maresciallo Badoglio. Quello stesso giorno il re riceve Mussolini; lo tratta senza asprezza e, al termine del colloquio, lo fa arrestare.

 Il duce veniva fatto salire in una ambulanza e portato via. Badoglio diventava primo ministro, la gente cominciava ad abbattere i simboli fascisti. Ma, dopo l’8 settembre, Mussolini veniva liberato dai nazisti sul Gran Sasso. Ricominciava la tragedia nazionale.